Il Fuoco delle Langhe.

Nel 1925, anno della fondazione, Romano Levi operava con una delle tecniche più antiche della distillazione: un tradizionale alambicco discontinuo a fuoco diretto.Le origini della famiglia Levi risalgono al XVII secolo quando, noti con il termine “grapat”, alcuni componenti della famiglia giravano nelle zone vinicole del Piemonte dedicandosi alla distillazione delle vinacce. Il 25 ottobre scorso la rituale accensione della fiamma alla distilleria intitolata a Romano Levi, a Neive, in provincia di Cuneo, ha assunto un significato speciale. Le Langhe sono un territorio di grande storia, qualità e apprezzamento internazionale. Ma non fu sempre così.Cesare Pavese e Beppe Fenoglio hannoillustrato le difficoltà e la fatica di viveree lavorare nel mondo langarolo. In questo territorio sono nate figure leggendarie del mondo artistico e della cultura enogastronomica italiana. Il legame tra l’arte e i frutti del territorio non si è mai dissolto ed è il vero spirito che ha fatto delle Langhe un sito riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità. Anche quest’anno, in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, la tradizionale cerimonia dell’accensione dell’81° Fiammifero, che simboleggia la riattivazione dello storico alambicco a fuoco diretto, ultimo rimasto in Italia, ha riunito la comunità del piccolo borgo delle Langhe in un’atmosfera illuminata dal vivace fuoco della legna ardente e profumata da botti e vinacce. Quest’anno l’evento ha avuto un significato speciale: l’antico alambicco di Serafino Levi e la distilleria compiono 100 anni. Serafino Levi mancò nel 1933 e la distilleria passò nelle mani di sua moglie. Alla sua scomparsa nel 1945, i figli Romano e Lidia erano giovanissimi ma determinati a portare avanti la visione del padre. Il rituale del fiammifero nacque nel 1945 quando gli orfani Lidia e Romano accesero per la prima volta l’alambicco del padre. In quel tempo Romano Levi aveva 17 anni, per oltre sessant’anni avrebbe continuato a produrre Grappa secondo i metodi più tradizionali, senza mai modificare l’alambicco originale del padre. Quel gesto, che fonde memoria, lavoro e poesia, non era solo la ripresa dell’antica arte di papà Serafino, era la rinascita di un mestiere, era il fuoco che accende una vita, che riapre una casa, era l’alba di una storia che avrebbe conquistato il mondo e reso celebre Romano Levi, artista e poeta della Grappa.Da allora, ogni autunno, un fiammifero riaccende quell’alambicco che funziona ancora come 100 anni fa, ossequiandola lentezza del tempo di cui necessita per mantenere il suo equilibrio, quel tempo di cui è custode e guardiano.La distilleria Levi produce ancora come un secolo fa. Abbiamo chiesto all’attuale proprietà cosa rende la GrappaLevi così iconica nell’immaginario del consumatore. «Riteniamo non ci sia un elemento specifico ma un insieme di elementi – risponde l’imprenditore Lucio Scaratti – sicuramente la storia di Romano e della famiglia Levi che, ricordiamolo, hanno avuto un ruolo fondamentale nella creazione della cultura della Grappa in Italia. Nella nostra azienda questa cultura si esprime in un prodotto unico legato ad un’esperienza artistica originale e umanamente esclusiva. Luigi Veronelli lo definì “il grappaiolo angelico” perla disarmante semplicità e la modestia con la quale Romano dipingeva sé stesso. Da questo legame tra il tangibile (il prodotto) e l’intangibile (l’arte e lo spirito langarolo) nasce un prodotto unico e iconico che profuma di storia, arte e qualità intrinseca».Vengono distillate solo vinacce del territorio, Barolo, Barbaresco e Moscato. La distillazione avviene da novem-bre ad aprile. Sei mesi durante i qualil’alambicco e il mastro distillatore sonoi veri protagonisti realizzando in mediadue cotte al giorno. Ogni cotta produce circa 18 litri di prodotto ad alta gradazione che entrano subito nelle botti per l’invecchiamento. Romano e Lidia sono mancati nel 2008. Da allora questa distilleria museo è gestita da Lucio Scaratti e Luigi Schiappapietra che l’hanno rilevata e ne preservano l’anima, perpetuando una tradizione centenaria fatta di gesti precisi, rituali antichi e un senso di poesia e mistero che rende ogni bottiglia unica.«Dopo la scomparsa di Romano Levi– continua Scaratti – la distilleria è stata oggetto di diverse richieste di gestione o acquisto. Al termine di un lungo processo decisionale la proposta strategica ed economica formulata è stata ritenuta interessante dagli eredi. La proposta aveva come base la conservazione e il mantenimento dell’antico processo produttivo, della valorizzazione del sito storico e la diffusione anche a livello internazionale del patrimonio culturale e artistico di Romano Levi».Gli “Ignari”, così definiti da Romano Levi, sono gli storici collaboratori che hanno appreso da lui segreti e rituali artigiani. Tra questi, Fabrizio Sobrero che ha lavorato al fianco di Romano levi per14 anni.Romano Levi è noto anche per le sue etichette disegnate a mano, piccole opere d’arte impreziosite da versi delicati, poesie e dediche, raffiguranti figure di donna. «Da ragazzino andavo a scuola piedi – diceva Romano Levi – attraversando le colline e le vigne. Tra i filari c’erano spesso i “ciabot”, minuscoli ripari attrezzati dove i vignaioli e i contadini si rifugiavano nel caso la sera li sorprendesse una tempesta o se la mattinac’era da stare in vigna prima del sole. Iopassavo di lì al mattino. E a volte vedevo sbucare da questi ripari donne belle e scarmigliate, un po’ pazze, solitarie, che vivevano spesso ai margini della società paesana. Erano misteriose, sparivano epoi tornavano, un po’ streghe e un po’fate. Erano libere, come dovrebbero essere tutte le donne per vivere la parte migliore della vita». Quelle etichette sono un omaggio alle donne di Langa, use al sacrificio e alla fatica.
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