Castello di Neive celebra i cinquant’anni di ricerca clonale sull’Arneis.

Ott 2, 2026 | Notizie dai produttori

Dal 1976 a oggi, l’Arneis è passato da 25 a oltre 1.200 ettari coltivati. Da Wine Enthusiast 93 punti per il Montebertotto 2025.

È una storia che parte da lontano quella dell’ Arneis, e che si intreccia con quella del Barolo. Non sappiamo con certezza chi abbia inventato il Barolo non lo sappiamo con certezza, ma sappiamo che nel 1826 Louis Oudart arrivò in Italia dalla Champagne, da Reims, e con il cugino aprì una cantina nel porto di Genova, dove si arrivarono a produrre fino a 18.000 bottiglie di “vino Champagne” con uve piemontesi.

È a lui che dobbiamo il Nebbiolo vinificato in secco presso le cantine del Castello di Neive, nella zona del Barbaresco. Nel 1862 Oudart si aggiudicò una medaglia d’oro alla International Exhibition di Londra con diversi vini, tra cui il Nebbiolo di Neive del 1858, prodotto nelle cantine del Castello di Neive — l’antesignano del Barbaresco che sarebbe nato quarant’anni più tardi a firma di Domizio Cavazza.

Ma quella medaglia non fu assegnata solo al Nebbiolo. Tra i vini premiati comparivano anche un “Pignolo spumante da Neive” e, soprattutto, un bianco secco del 1857.

Negli anni ’60 e ’70 l’Arneis era coltivato in qualche filare sparso, utilizzato più per tagli che per vini in purezza.

A Castello di Neive Italo Stupino desidera produrre un grande bianco aziendale partendo da un vitigno autoctono. Dopo vari assaggi, la scelta cade sull’Arneis. Ma mancavano le conoscenze sul varietale: insomma, una base tecnica solida.

1976: inizia la selezione clonale

Inizia così uno dei progetti più importanti per la viticoltura piemontese: la selezione clonale dell’Arneis, con il coinvolgimento dell’Università di Torino, dell’Università di Bologna e del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Anni di studio, rilievi in campo, analisi, microvinificazioni. Un lavoro lungo, meticoloso, che sfocia nel 1977 nell’impianto del vigneto sperimentale di Montebertotto; due anni dopo arrivano le prime uve e le prime vinificazioni separate. Dalle degustazioni emergono tre cloni — CVT 15, CVT 19 e CVT 32 — che verranno registrati e diventeranno la base della rinascita dell’Arneis moderno. Il primo risultato concreto arriva nel 1982: poche bottiglie di un vino che sorprende per tenuta, profondità e capacità evolutiva. Ancora oggi alcune di quelle bottiglie sono conservate nella sabbia per proteggerle da luce e sbalzi termici.

Claudio Roggero, enologo del Castello di Neive, ripercorre la sua storia confidando:

“Sono trascorsi 50 anni dall’inizio della selezione clonale dell’Arneis che, grazie al vigneto messo a disposizione dal Castello di Neive in Montebertotto, diede un impulso fondamentale alla rinascita viticola di questo vitigno, all’epoca quasi scomparso e passato da circa 25 a oltre 1.200 ettari coltivati.

È quindi ancor più motivo di orgoglio ricevere in occasione di questa ricorrenza la notizia che la prestigiosa Wine Enthusiast ci ha attribuito il bellissimo punteggio, 93 punti, solitamente riservato solo ai vini più famosi e quasi sempre rossi.

Insieme a Carolina e a tutta la nostra squadra, lo condividiamo in onore di Italo Stupino e di tutti i ricercatori delle Università di Torino e Bologna e del Consiglio Nazionale delle Ricerche coinvolti nel 1976 in questo grande progetto.

In questi anni, sia in vigneto che in cantina, abbiamo capito molte cose, ma altre rimangono ancora da approfondire. Ci impegniamo quindi a proseguire la ricerca viticola ed enologica per continuare a rappresentare sempre meglio il potenziale di questa varietà, ottima giovane ma con innata e ormai ben dimostrata capacità di diventare fantastica dopo l’affinamento in bottiglia.”

Il vigneto Montebertotto e il vino

Il vigneto di Montebertotto si sviluppa in quattro ettari esposti a sud, su suoli calcarei ricchi di marne di Sant’Agata fossili, in continuità con l’area di Messoerano. Qui convivono i tre cloni selezionati, che hanno riscritto il destino dell’Arneis moderno.

Un laboratorio a cielo aperto, che continua in cantina, con l’aerazione del mosto: una scelta che può sembrare controintuitiva — si lascia il mosto respirare non per ossidarlo, ma per renderlo più stabile, pronto ad affrontare l’evoluzione in vetro. Segue la fermentazione all’interno di un range naturale che Oudart indicava già allora, tra i 20 e i 30 gradi, e il tempo sulle fecce fini con bâtonnage regolari per ottenere struttura, profondità, materia.

Al naso emergono note floreali nitide, accompagnate da sfumature agrumate leggere, mai invadenti. In bocca è vivo, dinamico, con un’acidità che sostiene il sorso e una struttura che sorprende per consistenza. Il finale è lungo, pulito, con un ritorno leggermente ammandorlato.

93 punti Wine Enthusiast

Langhe Arneis Montebertotto 2025, un traguardo che arriva proprio nell’anno in cui ricorrono i cinquant’anni dall’inizio di quel percorso iniziato attorno a un tavolo, tra degustazioni e discussioni, e proseguito poi tra i filari di Montebertotto.